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Buon venerdì!
Nelle ultime settimane ho deciso di alternare un po’ di letture arretrate con quelle più recenti, ovviamente non mi riferisco alla data di uscita ma all’ordine di ingresso nella mia libreria. Così tra un libro e un altro, mi è capitato tra le mani il celebre romanzo Room- stanza, letto, armadio, specchio di Emma Donoghue e mi sono tuffata in questa lettura. Ero consapevole di avere di fronte una storia non facile, difficile da digerire e pungente come uno spillo che ti punzecchia il cuore. Quando si parla di fatti di cronaca, c’è sempre la parte emotiva che prende il sopravvento e l’incapacità di scindere la potenzialità dell’autore con la storia raccontata. So che da questo romanzo è stato tratto un film che ha riscosso un grande successo, ma preferisco sempre prima leggere l’idea di partenza e dopo gustarmi la trasposizione cinematografica.
Non so bene come iniziare questa recensione perchè mi sento in “difetto”. Lo so che leggere è soggettivo e ogni lettore non potrà apprezzare allo stesso modo tutti i libri, ma in questo caso ho la sensazione di essere una voce fuori dal coro. Non mi capita così spesso, soprattutto con la narrativa, ma quando capita mi domando sempre “l’ho letto al momento giusto?”. Sì, non ho altre risposte da darmi, perchè con questo libro non cambierebbe mai il risultato finale.
Premetto con il dire che la storia aveva tutto il potenziale per diventare un romanzo INDIMENTICABILE, e forse l’autrice stessa ha scelto un’altra strada, che io non condivido, per arrivare più facilmente al cuore del lettore. Affidare questa storia, così dura, così crudele, alla voce di un bambino d cinque, non l’ho trovata la scelta più brillante e più corretta. Come può un bambino così piccolo raccontarti tutte quello che ha vissuto, anche perchè lui realmente non lo “vive”, ma è sua madre quella che è stata presa in ostaggio ed è sua madre quella che ogni notte deve accontentare il bisogno fisico del suo aguzzino.
Forse affidare la storia a un personaggio più adulto, poteva davvero fare la differenza. In questo modo si potevano approfondire determinate situazioni, determinati stati d’animo e dialoghi che andavano ad aumentare l’impatto emotivo.
Il romanzo si apre con il compleanno di Jack. Lui compie cinque anni, ha lunghi capelli castani, una madre che lo adora e una stanza di undici mq che è il solo mondo che conosce. Lui è nato lì, e ogni oggetto di quella stanza ha un valore preciso e una “vita”. Guarda con curiosità i programmi in tv e sa che quella non è la realtà, almeno è quello che gli ha sempre detto la sua madre. Una piccola finestra sopra il tetto gli permette di osservare il cielo e quella palla gialla incandescente che ringrazia ogni giorno.
Jack però non sa tante cose. Non sa che sua madre è rinchiusa in ostaggio da sette anni, non sa che sua madre cerca di proteggerlo da quell’uomo che l’ha rapita, non sa che sua madre deve stare zitta e buona per continuare a vivere e non sa che vorrebbe tanto averlo fatto nascere nel mondo fuori la stanza.
Nella prima parte del romanzo ho sperato che la situazione cambiasse, faticavo ad andare avanti, ma aspettavo con ansia il momento della fuga per ribaltare il mio giudizio su questo libro. No, la scelta di usare un bambino come io narrante l’ho trovata pessima. Per quanto Jack possa essere un bambino dotato di intelligente e capacità al di sopra della media, rimane sempre un bambino di cinque anni. Un bambino che non può comprendere la gravità della situazione, i danni psicologici della madre e la cattiveria di quell’uomo che porta “il premio della domenica”. Non può comprendere che il regalo della domenica non è un vero regalo, ma un modo per rendere la prigionia meno “dura”.
I dialoghi, proprio perchè affidati a un bambino, risultano spesso lenti, noiosi, e inverosimili. Anche il piano della fuga l’ho trovato ridicolo, non riesco ancora a capacitarmi della facilità con cui avviene il tutto. Se non si poteva affidare la narrazione alla madre, poteva essere interessante la scelta di capitoli alterni tra il punto di vista di Jack e quello della madre. Più che altro anche per entrare meglio nella gravità della situazione post liberazione.
Sono davvero dispiaciuta perchè volevo emozionarmi e parlare in modo positivo di questo romanzo, ma non riesco a farlo. Sicuramente guarderò a breve il film per poter fare un confronto e, probabilmente, entrare nel vivo della storia. Torno a ripetere, il romanzo aveva un potenziale incredibile, l’autrice ha indubbiamente capacità nella scrittura e l’ha dimostrato, ma credo che questa storia meriti di più e non viverla attraverso gli occhi di un bambino che non è in grado di capire pienamente la gravità della situazione.

Lucrezia Scali
Written by Lucrezia Scali

    3 commenti

  1. Laura 25 novembre 2016 at 22:46 Rispondi

    A quanto pare questa volta concordiamo assolutamente in tutto!

  2. Lidia Padricelli 28 novembre 2016 at 10:51 Rispondi

    Il libro non l’ho letto…però ho capito quello che vuoi intendere quando dici che affidare la storia alla voce di un bambino di 5 anni è davvero una pessima idea…Al massimo io avrei fatto un “viaggio nel futuro e nel passato”, l’io narrante sarebbe potuto essere un Jack adulto che racconta la storia…ora mi hai incuriosita, non lo nascondo: credo che lo acquisterò…baci

  3. Yulia 3 dicembre 2016 at 1:17 Rispondi

    Questo libro mi incuriosisce molto. È la seconda recensione che leggo, mentre la prima era super pimpante positiva, dalla tua comprendo altre cose, che potrebbero “rovinare” la lettura anche a me. Ma lo scoprirò solo cominciando la lettura. Ho visto il trailer del film, stavo quasi per vederlo (c’è su YouTube), ma poi ho spento (aveva anche il pessimo audio!).

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